Rischiamo di tornare indietro di 40 anni in fatto di vino. Non è questione di qualità, non è una questione di puro e semplice made in Umbria. La questione è: cantine chiuse, marchi non più in commercio… uguale a disoccupazione, spopolamento dei borghi umbri. Ma non finisce qui – a causa del coronavirus, ritardi nell’apertura e sostegni che non arrivano dopo decreti annunciati -: il vino fa rima con turismo (altro settore in ginocchio) dunque, in un calice di vino, c’è molta economia di casa nostra, altrettanto futuro. Futuro, dopo l’analisi di Coldiretti, che rischia di essere molto a rischio per tutti. 

Serve riaprire in Umbria quanto prima, prima di quello che è previsto dal Governo, bar e ristoranti. Stabilire regole certe e una programmazione turistica (di prossimità). Coldiretti è stata chiara: con il prolungamento del lockdown al primo giugno per la ristorazione e con l’export bloccato, il settore vitivinicolo umbro è a rischio crack. Quasi 4 cantine italiane su 10 registrano un deciso calo del fatturato con l’allarme liquidità che mette a rischio anche il futuro del vino umbro.

“A pesare – ha precisato Agabiti – è la chiusura della ristorazione avvenuta in Italia e all’estero con un forte calo delle esportazioni, aggravato anche dalle difficoltà logistiche e dalla disinformazione. Un colpo pesante quindi anche per le spedizioni di vino umbro fuori dal confine nazionale che avevano sfiorato nel 2019 – ricorda Agabiti – i 35 milioni di euro. Siamo impegnati nella campagna #iobevoitaliano per promuovere gli acquisti, ma – sottolinea Agabiti – serve anche sostenere con massicci investimenti pubblici e privati la ripresa delle esportazioni con un piano straordinario di comunicazione sul vino”.

Cosa chiedono gli agricoltori per salvare il vino umbro: “Trovare risorse aggiuntive comunitarie e nazionali per finanziare ogni utile strumento per la riduzione delle giacenze e per il contenimento della produzione di vino proveniente dalla prossima vendemmia: per questo abbiamo proposto a livello europeo, nazionale e regionale un pacchetto di misure a tutela del comparto, come la distillazione volontaria e la vendemmia verde”.

LA TESTIMONIANZA dei produttori – “Con il lockdown e il conseguente rallentamento dell’economia – ha affermato Roberto Berioli produttore vitivinicolo di Magione – il nostro comparto ha subìto pesanti ripercussioni, con un calo delle vendite sia interne che estere, che risultano quasi azzerate. Altra importante fonte di reddito svanita è quella legata al turismo in cantina su cui naturalmente non possiamo più contare. I lavori in campagna con le relative spese devono comunque continuare, quindi è forte la preoccupazione per la sostenibilità economica delle nostre imprese”.

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